Basilica di Santa Prassede

santa-prassede-1140x530

Feriale: ore 7.00 – 12.00 / 15.00 – 18.30 Festivo: ore 7.30 – 12.30 / 15.00 – 18.30 Gli orari possono subire cambiamenti.
Feriale: ore 7.30 e 18.00 Festivo: ore 8.00; 10.00; 11.30; 18.00 Durante la celebrazione della Santa Messa non è possibile visitare la chiesa
La cripta non è visitabile perchè interessata da lavori di restauro

 

La Origini di Santa Prassede

Le origini delle due basiliche intitolate a Santa Prassede e a Santa Pudenziana sono strettamente correlate: le due sante romane erano sorelle, figlie del Senatore Pudente e vedremo che il vincolo parentale risulterà rilevante soprattutto nella ricostruzione della genesi delle due chiese. La Basilica di Santa Pudenziana, una delle più antiche di Roma, sorge nella zona dell’Antico Vicus Patricius nel Rione Monti, presso l’attuale via Urbana, quasi all’inizio della valle fra i colli Viminale ed Esquilino; si trova, quindi,  alle spalle della grandiosa Basilica di Santa Maria Maggiore. E’ possibile che il Titulus Pudentis, istituito da Papa Damaso alla fine del IV secolo, di cui esistono indubbi documenti storici, le derivi dall’alterazione del nome della originaria domus ecclesiae posta in quel luogo.

 

“Domus Ecclesiae”

Santa Pudenziana quindi, tra le prime “chiese domestiche” istituite nelle case di famiglie cristiane delle origini, sarebbe stata eretta da Papa Pio I nel 145 d.C., per volontà delle due sorelle nella casa lasciata loro in eredità dal padre Pudente, membro della potente famiglia degli Acilii Glabriones, in ricordo dell’ospitalità che il Senatore dette, per diversi anni, a San Pietro intorno al 70 d.c, e a San Paolo, che cita Pudente al termine della sua II Lettera a Timoteo. Ciò che è certo è che gli scavi archeologici, e anche recentissimi e approfonditi studi, hanno confermato la presenza di due domus romane sotto le fondamenta della Basilica, una di età repubblicana (II sec. a. C.) ed una di età imperiale (I-II sec. d. C.), che coinciderebbe così con la tradizione del Titulus Pudentis. La giovane Santa Prassede nel vicus lateranus, non molto distante quindi dalla domus della sorella, sempre utilizzando un lascito paterno, fece innalzare una costruzione destinata alle celebrazioni eucaristiche, titulus Praxedis, mentre il titulus Pudentis sembrerebbe fosse destinato esclusivamente ai riti battesimali.

Santa Prassede utilizzò questa chiesa per nascondere i cristiani perseguitati dall’allora Imperatore Antonino Pio,  provvedendo alla sepoltura dei martiri presso il Cimitero di Priscilla, le catacombe di Santa Priscilla sulla via Salaria. In questo Cimitero la stessa Santa Prassede fu sepolta con la sorella per poi essere riportata nella sua chiesa riedificata da Pasquale I, eletto Papa nell’817. L’esistenza del Titulus Praxedis è testimoniato in un epitaffio datato 491 che conferma l’importanza, sia nel periodo repubblicano che imperiale, di tutta l’area dell’attuale zona di S.Martino ai Monti, importanza aumentata dalla costruzione, come dicevamo, della Basilica di Santa Maria Maggiore voluta da Sisto III (432-440).

Purtroppo non ci sono fonti sicure che attestino l’effettiva esistenza della chiesa esattamente nel luogo in cui oggi la visitiamo; dal Liber Pontificalis apprendiamo che Adriano I, nella seconda metà dell’VIII secolo rinnovò il Titulus, che Leone III agli inizi del IX elargì doni, e che Pasquale I riedificò completamente la fatiscente chiesa se non proprio sui resti della preesistente in un luogo molto prossimo.

 

Esterno

La particolarità sta nell’inserimento della facciata della basilica di Santa Prassede nel tessuto edilizio che non permette, a chi percorre le strade adiacenti, di percepirla. E’ ancora possibile riconoscere la struttura primitiva che si rifà all’impianto semplice delle basiliche paleocristiane con riferimento all’antica San Pietro. L’ingresso principale, orientato a nord-ovest, è accessibile dal protiro situato lungo via di S.Martino ai Monti, che immette, dopo una lunga scala, in un cortile nel quale si erge la semplice facciata in mattoni della chiesa, secondo il disegno originale voluto da Pasquale I. Nei muri della scalinata, sono state poste le lunette dell’antico ciborio. Il cortile conserva i resti di un colonnato con capitelli corinzi appartenuto probabilmente alla basilica del V secolo. La facciata, fu restaurata nel 1937/38 rimuovendo l’intonaco e lasciando a vista il paramento murario costituito da mattoni e chiudendo la finestra barocca che era stata aperta al centro. La facciata era in origine coperta da mosaici dei quali sono rimaste piccole tracce sulla monofora di sinistra, possiede ancora le tre monofore ad arco a tutto sesto paleocristiane e, nella parte inferiore, il portale barocco con timpano marmoreo del 1575 con un cornicione riccamente scolpito. Durante i restauri non è stato possibile riaprire le porte laterali, dato che sulla parete di controfacciata sono presenti elementi architettonici e pittorici di epoche più recenti. L’accesso alla Chiesa avviene anche attraverso un ingresso laterale su via di Santa Prassede, che costituisce, in realtà, l’ingresso abituale.

Il campanile

Il campanile è datato alla seconda metà del XIII secolo.

La pianta

La pianta della Basilica si rifà allo schema della primitiva Basilica di San Pietro, con una navata centrale, due navate laterali divise da colonne, un transetto e un’abside.

Il presbiterio

Così come si presenta oggi, è il risultato di una profonda trasformazione operata tra il 1728 e il 1734 per volere del cardinale Ludovico Pico della Mirandola su progetto di Francesco Ferrari (1730-1750) appartenente alla folta schiera dei seguaci di Carlo Fontana che si cimentarono come lui soprattutto nel restauro delle antiche chiese di Roma.

La trasformazione dell’originario assetto si rese necessaria per adeguare l’altare maggiore alle nuove indicazioni imposte dal Concilio romano del 1725 e dai conseguenti ritrovamenti, al di sotto del vecchio altare, di importanti reliquie; tutto questo contribuì alla determinazione di un assetto architettonico di maggior prestigio per l’altare e di maggiore spazio destinato alla cripta. Lo spazio del presbiterio è delimitato dall’abside e da due quinte laterali in cui sono presenti sei colonne che inquadrano quattro porte, tre delle quali finte. Al di sopra delle quinte si ha una connessione tra lo spazio liturgico ed il retrostante monastero tramite due coretti. Sul coro di sinistra è collocato l’organo di Filippo Tronci del 1884 ampliato nel 1942 da Giovanni Tamburini, entrambi appartenenti alle più rinomate ditte organarie italiane, sul coro di destra una pala raffigura l’Assunta ed è opera di Francesco Gai (1835-1917)Le colonne sono databili fra il I e il II secolo d.C., sono scanalate e decorate con foglie d’acanto, di origine greca. L’originaria balaustra rettilinea e la scala centrale, che delineavano anteriormente lo spazio presbiteriale, furono trasformate nell’attuale balaustra mistilinea più bassa che si ripiega in corrispondenza dell’altare in due scale laterali che permettono l’accesso al presbiterio e in una centrale di accesso alla cripta. Il ciborio è a pianta quadrata ed i quattro pilastri si compongono con le colonne di porfido rosso appartenenti al precedente. I pilastri sostengono una cupola impostata su archi. La sommità dei pilastri è decorata da quattro angeli in stucco di Giuseppe Rusconi (1687-1758) recanti i simboli del martirio, mentre l’interno della cupoletta porta decorazioni a fresco di Antonio Bicchierai (1688-1766). Il Ferrari ridisegnò anche l’altare e gli stalli lignei seguendo un orientamento stilistico barocco, mediato da un linguaggio classicista, giustificato dalla sua formazione culturale, in quanto accademico di San Luca, e dalla presenza durante i lavori del cardinale Alessandro Albani che ebbe molta influenza sulle scelte decorative. Il ciborio, nella posizione acquisita a seguito dei cambiamenti apportati alla precedente struttura,  costituisce il punto focale del presbiterio, catalizzando l’attenzione a scapito della decorazione musiva del catino absidale. La lettura del ciclo musivo viene interrotta nella sua unitarietà dal ciborio che si sovrappone a questo ponendolo in posizione subordinata, in contrasto con le intenzioni iniziali di Pasquale I.

 

L’interno

Originariamente era costituito da tre navate divise da 12 colonne di granito a trabeazione rettilinea; sei di queste furono ridotte a pilastri, ai quali si appoggiano archi trasversali nelle navate minori. Il pavimento neocosmatesco, realizzato tra il 1916 e il 1918 in sostituzione del  settecentesco in mattoni e lastre marmoree, è interrotto da un disco di porfido che ricorda il punto in cui si trovava il pozzo in cui Santa Prassede raccoglieva i resti ed il sangue dei martiri. Tutto l’interno è “illuminato” dal risplendere di magnifici mosaici di artisti bizantini. I mosaici absidali presenti nelle più antiche chiese romane costituiscono un tesoro artistico di inestimabile bellezza e valore. L’uso dei mosaici nell’abside si diffuse soprattutto nelle basiliche considerate il luogo privilegiato della rappresentazione del divino. Il  mosaico rende protagonista la luce; attraverso la rifrazione sulla superficie delle tessere colorate, lapidee o in pasta vitrea, ricoperte di foglia d’oro o d’argento, ne amplifica l’effetto, contribuendo a rendere il  soggetto della conca absidale l’elemento di massima visibilità all’interno dello spazio basilicale e concentrando immediatamente l’attenzione del fedele verso il fondo della navata, quindi verso l’altare. Il binomio abside-mosaico divenne una costante nella Roma medievale tanto da vantare una produzione pressoché ininterrotta di decorazioni dall’epoca tardo antica fino al XIII secolo.

Il catino absidale

E’ diviso in due registri e richiama fortemente l’iconografia presente nella basilica dei Santi Cosma e Damiano. Cristo, rappresentato al centro della parte superiore fra nuvole rosse e azzurre, è raffigurato come si presenterà,  secondo la tradizione, al suo ritorno alla fine dei tempi: mostra il segno della crocifissione nella mano destra alzata mentre, con la sinistra, regge il rotolo; al di sopra dell’aureola dorata con croce azzurra la mano del Padre, che emerge da una nuvola, pone sul capo del figlio la corona della gloria. Alla sinistra del Cristo la figura di San Pietro, in tunica clavata e mantello bianco, cinge alle spalle Santa Pudenziana presentandola al Signore. La Santa in abiti preziosi, il velo bianco ornato di gemme a simboleggiare la velatio virginis, porta una corona; le mani sono coperte dal velo, secondo l’antica consuetudine di coprire le mani in presenza dell’imperatore per ricevere o presentare un dono. Ancora a sinistra un diacono di non sicura identificazione. Alla destra del Cristo è raffigurato San Paolo che presenta al Signore Santa Prassede. Come Pudenziana anche Prassede è riccamente vestita, ha un diadema sul capo e con le mani velate presenta la corona, a simboleggiare il riconoscimento che le viene riconosciuto per aver subito il martirio. Alla destra di Prassede Pasquale I presenta il modellino della chiesa, ha in testa il nimbo quadrato, che sostituisce l’aureola perché nel momento in cui è stato realizzato il mosaico Pasquale I era ancora in vita. I sette personaggi sono racchiusi in uno spazio delimitato da due palme che simboleggiano la vittoria, l’immortalità, l’ascesa al paradiso: una delle due palme ha sovrapposta la raffigurazione di una fenice con un piccolo nimbo sul capo. La fenice favoloso uccello sacro agli Egizi, simile per l’aspetto a una grossa aquila dal piumaggio multicolore, aveva, secondo l’antica credenza, la peculiarità di morire bruciata alla fine di un periodo di 500 anni e di rinascere quindi dalle proprie ceneri, per questo motivo è stata utilizzata dalla cultura cristiana come emblema del Cristo-sole sorto e risorto e della resurrezione dei cristiani. Ai piedi delle figure descritte il fiume Giordano con l’iscrizione latina. Sulla parete inferiore del catino absidale e raffigurato nuovamente l’Agnello pasquale; in questo caso è posto su un’altura da cui sgorgano i quattro fiumi del Paradiso che, seguendo la direzione dei quattro punti cardinali, si dirigono verso i confini della terra. Ai lati 12 agnelli rappresentano i dodici apostoli, escono da Betlemme e da Gerusalemme: Betlemme Chiesa dei pagani, Gerusalemme dei Giudei. Le mura sono gemmate, senza torri e senza battenti alle porte, decorate nell’architrave da tre perle. Sotto la conca dell’abside un’iscrizione in latino costituisce la dedica di Pasquale I a Santa Prassede. La grandiosità del ciclo di mosaici in Santa Prassede è dovuta, oltre che alla bellezza e raffinatezza delle raffigurazioni, anche al fatto che costituisce la rappresentazione  per immagini, in particolare il mosaico del centro dell’arco absidale, della visione dell’evangelista Giovanni così come è descritta nell’Apocalisse e come viene riprodotta nei Sacri Testi.

Al centro dell’arco absidale, infatti, all’interno di un medaglione blu, è rappresentato l’Agnello seduto sul trono gemmato, sotto il quale si trova il Libro dei sette sigilli. L’agnello–Cristo Risorto è l’unico in grado di sciogliere i sigilli e di rivelare pienamente il progetto salvifico di Dio. Ai lati del trono, sette candelabri o lampade rappresentano la totalità delle Chiese, completano la visione dell’arco absidale gli angeli e quattro esseri muniti di sei ali identificati, secondo l’iconografia tradizionale, come i quattro evangelisti. Immediatamente sotto ventiquattro vegliardi divisi in due gruppi di dodici e disposti su tre file, vestiti in bisso bianco e con le mani velate, offrono a Cristo corone d’oro che simboleggiano la Sapienza. Le figure dei 24 vegliardi hanno dato luogo a molte interpretazioni: personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento, 12 Patriarchi e 12 Apostoli o ancora la rappresentazione simbolica di tutti gli uomini che collaborano alla realizzazione del piano divino per la salvezza dell’umanità.

L’intradosso dell’arco è decorato con un motivo floreale: due vasi molto colorati sono colmi di ghirlande d’alloro che fuoriescono e sono intrecciate con diversi tipi di fiori che convergono al centro verso il monogramma di Pasquale I.

 

Arco Trionfale

Al centro dell’arco trionfale un recinto gemmato con torri idealizza la Gerusalemme Celeste. Al suo interno, in alto, Cristo in tunica dorata lumeggiata di rosso,  con la mano sinistra tiene il “rotolo” mentre con la destra benedice. Ai suoi lati ha due angeli con il nimbo blu, proprio degli esseri soprannaturali.

Nel registro inferiore vediamo rappresentati: a sinistra la Vergine Maria e San Giovanni Battista seguiti da San Paolo con la barba nera e appuntita mentre alla destra è presente Santa Prassede affiancata da San Pietro, a seguire i 12 Apostoli e una schiera di santi. Alle due estremità, ad un’altezza intermedia tra Cristo e la Vergine, sono ritratti Mosè con la tavola della “Legge” ed Elia con le braccia tese; a fianco un angelo in tunica rossa ha in mano un libro ed una canna: il libro a rappresentare l’Antico Testamento mentre la canna ad evocare il potere.

Le porte della città sono aperte e sono custodite anch’esse da due angeli. Fuori delle mura si accalcano i centoquarantaquattromila salvati che implorano di essere ammessi alla città celeste, (centoquarantaquattromila, quadrato di 12, numero sacro moltiplicato mille, ovvero la moltitudine dei fedeli di Cristo, popolo di Dio, nuovo Israele), sono guidati da un angelo che, ad ali aperte, mostra loro l’accesso.

Nel gruppo di sinistra si distinguono uomini e donne di aspetto ed età diverse che portano le corone del martirio.

Il gruppo di destra è preceduto dagli apostoli Pietro e Paolo e al centro un angelo indica la città mentre stringe con la mano una canna d’oro.

Lo sfondo della rappresentazione è un cielo scuro alleggerito da nuvole bianche, mentre il suolo verde su cui si svolge la scena cosparso di fiori evoca il Paradiso.

Il registro inferiore dell’arco rappresenta una moltitudine di personaggi in piedi: tutti agitano le palme, sono partecipi della Resurrezione e condividono con Cristo la vittoria del Bene sul Male.

Purtroppo questa sezione del mosaico è stata in parte distrutta per realizzare i poggioli con i reliquiari durante i lavori eseguiti tra il 1564 e il 1584 su iniziativa di San Carlo Borromeo.

Il linguaggio visuale del ciclo musivo evidenzia che le figure umane e quelle naturali (animali simbolici, palme, arbusti) rivestendo l’intera superfici contribuiscono a creare un ritmo solenne.

La composizione è simmetrica. Le immagini sono facilmente identificabili, grazie ai colori chiari, senza gradazioni e nettamente distinti per i contorni marcati e continui.

I caratteri espressivi denotano la forte influenza bizantina a Roma: domina, infatti, un senso di distaccata sacralità.

Le figure sono rappresentate in modo dignitoso e solenne. Cristo è visto come un re, vestito con abiti preziosi, gli angeli e santi formano processioni lente e ordinate, la luce, esaltata dal mosaico, è diffusa nello spazio, che appare, così, irreale: non più spazio terreno ma simbolo di spiritualità.

La cripta

La cripta, collocata sotto la zona presbiteriale, fu trasformata fra il 1728 ed il 1734.

Originariamente era semianulare con due ingressi laterali a partenza dal transetto; due scale collegavano la cripta al presbiterio fiancheggiando la camera delle reliquie posta sotto l’altare maggiore. L’apertura della camera detta delle reliquie portò alla luce due preziosi sarcofagi strigilati contenenti, secondo l’iscrizione, le spoglie di S. Prassede e di S. Pudenziana.

L’importanza di questo ritrovamento ha determinato la creazione di una cappella dedicata, una piccola cappella che ha sostituito la stanza delle reliquie  raggiungibile dal presbiterio.

Si tratta di uno spazio quadrato con  una volta a vela ribassata e si trova a metà di un corridoio che unisce la parte semianulare con la navata centrale. La Cappellina conserva quattro sarcofagi, sovrapposti due a due. In fondo al corridoio si nota un altare decorato da un paliotto (pannello decorativo) cosmatesco che ornava l’antico altare maggiore.

Completa la cappella un’immagine ad affresco, molto rovinata, posta sull’altare; si tratta di una copia settecentesca di quella che si trovava nella camera delle reliquie andata distrutta; rappresenta la Vergine incinta che indica il bambino con la mano sinistra affiancata da Santa Prassede e da Santa Pudenziana. La zona più antica, cioè quella semianulare, è ancora interamente rivestita da lastre marmoree di varia provenienza.

Ancora una scaletta a collegare il corridoio destro della cripta con la Cappella del Crocifisso.

La Cappella del Crocifisso

La cappella probabilmente è stata ricavata alla fine del XIII sec. dalla chiusura del braccio dell’antico transetto.

Antonio Munoz, eminente storico dell’arte e architetto italiano,  nel 1927 riorganizzò lo spazio di questa cappella che versava in pessime condizioni creando uno spazio per raccoglier i reperti rinvenuti durante i precedenti lavori per la nuova pavimentazione e che riteneva potessero appartenere alla primitiva basilica.

Nella cappella considerevole è la Tomba del Cardinale Pantaleone Anchier, nipote di Urbano IV, titolare della basilica dal 1262 al 1286.

L’opera di cui non si conosce l’autore rappresenta il cardinale disteso su un sarcofago decorato da colonnine e riquadri cosmateschi e ricoperto da un lenzuolo drappeggiato. Il capo in una posizione elevata e il particolare degli occhi aperti fanno ipotizzare che lo scultore abbia voluto rappresentare l’attimo precedente la morte.

Il cardinale fu assassinato nella cappella ed un’epigrafe ne ricorda la data 1 novembre 1286.

Nella parete di fronte trova sistemazione un grande Crocifisso ligneo di ignoto scultore del XIV sec.

La legenda vuole che il Crocifisso abbia parlato a Santa Brigida di Svezia. La figura di Cristo a tutto tondo colpisce per la sua drammatica bellezza.

Uscendo dalla cappella, sulla sinistra, incorniciata da un’edicola marmorea su sfondo rosso, l’immagine della Madonna della Salute con il Bambino benedicente, di ignoto pittore datata intorno al XIII secolo.

Proseguendo, sul primo pilastro della navatella l’epigrafe murata del IX sec. con incisi i nomi dei martiri le cui reliquie Pasquale I riportò dal Cimitero di Priscilla in Santa Prassede.

Ancora testimonianze della ricchezza dell’apparato decorativo della Basilica, sul lato successivo al pilastro, un affresco raffigurante una Crocifissione; il Cristo e ai piedi della Croce San Giovanni e la Madonna in atteggiamento dolente. L’affresco attribuito alla scuola romana è datato tra il XIII e il XIV secolo.

Un alternarsi di opere scultoree e pittoriche di epoche diverse che si accostano, talvolta si sovrappongono, contribuiscono a rendere questa Basilica tra le più ricche e interessanti dal punto di vista storico artistico a Roma.

Un altro monumento funebre trova la sua collocazione sul primo pilastro rivolto verso la parete della controfacciata: la Tomba di Mons. Giovanni Battista Santoni realizzata nei primi anni del ‘600. L’edicola è sormontata da un ritratto a tutto tondo del Monsignore, ritratto concordemente attribuito dalla critica  al Bernini nella sua produzione giovanile.

Di fronte al pilastro troviamo l’ingresso della cappella funeraria con il Monumento al Cardinale Coetivy di Taillebour titolare di Santa Prassede dal 1448 al 1474.

Il monumento, attribuito ad Andrea Bregno (1418-1503), è situato a sinistra della cappella e vede il sarcofago posizionato in una grande nicchia composta da un arco e da due piedritti su cui è distesa la statua del cardinale.

Sul fondo, in due nicchie, i busti di San Pietro e San Paolo, scolpiti a bassorilievo mentre sul fronte anch’esse in due nicchie, a figura intera, Santa Prassede e Santa Pudenziana con gli elementi iconografici che le identificano (per Santa Prassede spugna e bacile con cui raccoglieva il sangue dei martiri e libro e palma per santa Pudenziana). Tutto il monumento ripete nello stile e nella decorazione il gusto classico del secondo quattrocento di cui Andrea Bregno fu straordinario rappresentante.

Sacello di San Zenone

Il sacello si trova a metà della lunghezza totale della navata destra Concepito da Pasquale I come sepoltura per la madre Teodora e dedicato a San Zenone, costituisce un raro esempio, in periodo medievale,  di oratorio a volta annesso ad una basilica.

Venne chiamato Hortus Paradisi oppure Sancta Maria libera nos a poenis inferni in riferimento alla possibilità di liberare un’anima dal Purgatorio ogni cinque messe celebrate al suo altare. Questa indulgenza fu istituita in seguito alla visione avuta dal pontefice che mentre celebrava nel sacello una messa in suffragio di un suo nipote lo vide trasportare in cielo dalla Madonna.

Il portale del sacello è in marmo bianco decorato, sopra il portale una scena della flagellazione opera di Francesco Gai (1835-1917).

Il dipinto del Gai è interessante perché rappresenta la flagellazione come aveva luogo presso i romani. Nelle sacre rappresentazioni è più frequente l’immagine del Cristo legato al fusto di un’alta colonna posizionato in piedi, di fronte o di spalle, in questo caso invece Gesù è legato per i polsi a un piccolo ceppo, costretto in una posizione piegata in maniera che il flagello lo colpisca sia sul petto che sulle spalle.

Gli elementi architettonici d’ingresso all’oratorio sono di recupero: il portale è costituito da un architrave risagomato nel IX secolo, due capitelli con pulvino dell’VIII sec. e una coppia di colonne, una in serpentino e l’altra in granito bianco e nero che poggiano su basi decorate ne completano l’arredo.

Sopra l’architrave si trova un’urna funeraria probabilmente rimaneggiata nell’XVIII, così come gli stipiti della porta. Uno spazio quadrato racchiude il ricco mosaico sovrastante l’ingresso.

Mosaico d’ingresso al sacello di San Zenone

La decorazione musiva si sviluppa intorno alla finestra che inquadra l’urna funeraria e si sviluppa in due serie di clipei con ritratti all’interno di ciascuno.

Al centro della prima serie è raffigurata la Madonna con il Bambino fra due santi, probabilmente San Valentino e San Zenone e a seguire quattro sante per lato.

Nella seconda serie sono rappresentati Cristo con i dodici apostoli. In alto sempre dentro clipei Mosè ed Elia, mentre nei riquadri in basso, di epoca più tarda, i ritratti dei due papi Pasquale I e forse del suo successore Eugenio II.

Il clipeo, prima di divenire un elemento architettonico e pittorico, era uno scudo in uso presso gli antichi Romani. Costituiva uno scudo di forma circolare e copriva la parte superiore del corpo fino al ginocchio, ordinariamente era di cuoio,  ricoperto di lamine metalliche.  Secondo la tradizione, alcuni di questi scudi venivano dipinti con immagini che avevano lo scopo di richiamare divinità terribili o gli spiriti degli antenati, da ciò l’utilizzo in campo architettonico, pittorico e musivo.

Interno Sacello di San Zenone

Il visitatore può notare delle asimmetrie architettoniche delle due nicchie laterali e nelle finestre della volta: questi elementi fanno ipotizzare che la costruzione del sacello sia un’evoluzione di una struttura preesistente. Nel corso degli anni le due nicchie sono state quasi cancellate per mettere in comunicazione il sacello con la Cappella della Sacra Colonna e con quella del cardinale Coetivy.

Quattro colonne, su alti piedistalli finemente decorati completate da capitelli dorati, sono alloggiate negli angoli; non hanno una funzione portante, ma costituiscono un ideale piedistallo per gli angeli rappresentati nella volta e che sostengono il clipeo con il Cristo “Pantocrator”.

Il sacello contiene un altro ciclo musivo di grande pregio.

Nella parete di controfacciata è rappresentata l’”Etimasia” ossia la raffigurazione di un trono vuoto con le insegne di Cristo: la croce aurea sul trono gemmato, a simboleggiare l’attesa del Cristo  alla fine dei tempi.

Il trono ha ai suoi lati le figure di San Pietro e San Paolo.

Continuando l’esame dei mosaici in senso orario troviamo in alto, a figura intera, Santa Agnese, Santa Pudenziana e, separata da una finestrella cieca, Santa Prassede: le sante in processione portano all’altare le corone del martirio.

Nel sottostante intradosso dell’arco, abbiamo la rappresentazione della liberazione dagli inferi di Adamo ed Eva, ad opera di Gesù.

La decorazione della nicchia sottostante è suddivisa a sua volta in due parti: nella parte superiore è rappresentato l’Agnello-Cristo su un monte con due cervi che si dissetano ai quattro fiumi che ne sgorgano; nella parte inferiore i busti di Maria Vergine, le Sante Prassede e Pudenziana, e Teodora, madre di papa Pasquale (con il nimbo quadrato, segno che era ancora in vita al momento dell’esecuzione del mosaico).

La parete di fronte all’entrata è la parete dell’altare dove si individuano altre interessanti rappresentazioni: nella zona superiore, vediamo le figure intere di Maria e di san Giovanni Battista,  l’intradosso dell’arco è decorato con figure di vegetali, fiori ed animali mentre nella nicchia successiva è narrato l’episodio evangelico della Trasfigurazione, con le figure di Cristo, Mosè, Elia, e gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo.

Nella zona sottostante vi è l’unico altare del sacello; è composto da un’edicola lignea del XVII secolo inquadrata dentro un tempietto costituito da due colonne di alabastro con capitelli ionici che sorreggono un architrave. Nell’edicola è presente una piccola abside mosaicata, al centro la figura di Maria con in braccio il bambino che a sua volta tiene in mano un cartiglio con la scritta “Ego sum lux”, io sono la luce; ai lati le figure delle sante Prassede e Pudenziana.

Cappella della Sacra Colonna

A destra del sacello di san Zenone si apre una piccola Cappella dedicata alla Sacra Colonna, visibile anche attraverso una grata dalla navata laterale.

La colonna fu portata a Roma nel 1223 dal cardinal Giovanni Colonna, titolare della basilica e legato apostolico in Siria durante la quinta crociata. Una bella lapide murata a sinistra dell’ingresso della cappella di S. Zenone ne ricorda l’impresa.

Tradizionalmente è ritenuta la colonna a cui Cristo fu legato per essere flagellato ed è sempre stata oggetto di particolare devozione da parte dei fedeli tanto che, fino a non molti anni fa,  nella quarta domenica di quaresima si celebrava la festa della Sacra Colonna.

L’edicola reliquiario in cui è conservata è in bronzo ed è stata realizzata nel 1898 su bozzetto di Duilio Cambellotti.

La colonna ha la forma di balaustro rastremato, (bassa colonna circolare, più larga alla base la cui sezione si assottiglia dal basso verso l’alto).

Le fonti attestano che la colonna dal 1223 al 1699  era collocata all’interno del sacello e che nel 1699 Mons. Ciriaco Lancetta ottenne che fosse collocata nella cappella dedicata. La sistemazione attuale è frutto di un intervento eseguito a fine ‘800.

La Cappella Cesi

La cappella è la terza della navata laterale destra ed è stata fatta erigere da Federico Cesi nel 1595 in luogo della preesistente dedicata alla Divina Pietà ed alla Beata Maria Vergine.

La volta è divisa in cinque parti da cornici di stucco ed è stata dipinta dal Borgognone (1628-1679).

Nel centro è raffigurato il Padre benedicente con gloria e angeli; nei pennacchi Pasquale I con il modellino della chiesa, San Filippo Neri, Santa Francesca Romana intenta nella lettura di un libro e Santa Firmina con la palma e il giglio.

Le due lunette laterali sono opera di Ciro Ferri (1634-1689) allievo e successore di Piero da Cortona.

Nella lunetta di sinistra è ricordata l’aggressione dei Frangipane del 21 luglio 1118 a papa Gelasio II mentre celebra la messa in santa Prassede, in quella di destra è rappresentata Santa Pulcheria (399-453) imperatrice bizantina  che fa erigere una statua alla Madonna.

Le tele laterali, anch’esse opera del Borgognone, raffigurano l’adorazione dei Magi e i santi Anna e Gioacchino che ricevono la rivelazione-visione della futura nascita di Maria e ai lati dei quadri, inseriti in nicchie, i busti in finto bronzo dei Santi Pietro e Paolo e due angeli. La mensa dell’altare è moderna datata 1955, rimangono dell’originale altare le colonne , il timpano e i due stemmi della famiglia Cesi. La pala d’altare originale, opera di Giovanni de Vecchi, è conservata in sagrestia, al suo posto un’opera di Amerigo Bartoli raffigura San Pio X a cui è dedicata la cappella.

Uscendo dalla Cappella Cesi, tra due colonne, ci si imbatte nella Tomba dello Speziale Giovanni da Montopoli. Si tratta di una lastra marmorea su cui è rappresentato il defunto vestito di una tunica con polsini abbottonati e una sopravveste con spacchi laterali; ha una bisaccia a tracolla e cappello, un pètaso, tipo di copricapo con falde larghe usato nei viaggi o, più in generale, per ripararsi sia dal sole sia dalla pioggia. Nasce appunto come cappello da viaggio e, inizialmente macedone, fu usato dagli antichi greci e poi dai romani. Il pètaso del Montopoli è decorato da una conchiglia, simbolo del pellegrinaggio. Il bastone che tiene in mano, anch’esso proprio del viaggiatore, insieme a tutto l’abbigliamento fanno pensare che sia morto durante un pellegrinaggio a Roma. I caratteri epigrafici inducono a datare la tomba alla fine del XIII secolo.

 

Ultima cappella della navata destra

Originariamente dedicata a san Bernardo degli Uberti attualmente è dedicata alla Madonna del Rosario.

Sulla parete di destra il dipinto di Domenico Pestrini (1678-1740) raffigura il martirio del beato Tesauro Beccaria, decapitato dai fiorentini perché accusato di aver favorito i ghibellini e posto da Dante nell’inferno. Sulla parete sinistra troviamo il dipinto di Angelo Soccorsi (1717) rappresentante San Pietro Igneo Aldobrandini, che passa indenne tra le fiamme.

La pala d’altare è coeva al dipinto del Soccorsi, opera di Filippo Luzzi (1665-1720) raffigura San Bernardo degli Uberti, Vescovo e Cardinale di Parma, che ferma le acque del Po.

L’altare, di ignoto marmoraro romano, è dedicato alla Madonna del Rosario ed è costituito da un paliotto e tarsie di marmi misti consacrato nel 1728 dall’abate di Santa Prassede Didaco Colombari.

Uscendo dalla cappella, nella parete di fondo della navatella, ancora un monumento funerario questo dedicato a Silvio Santacroce opera di un ignoto scultore.

Il monumento in stile manieristico fu dedicato nel 1603 dal nipote Batolomeo Santacroce allo zio Silvio.

I capitelli dei due colonnati che dividono le navate sono stati rielaborati alla fine del XVI secolo.

Gli originali furono ridotti a monconi e rimodellati in stucchi con foglie, volute ed emblemi vari: le querce di papa Giovanni XIV (1590-1591) o i galli del cardinale Antonio Maria Gallo (1600-1602).

La presenza di questi simboli testimonia come i lavori di rinnovamento proseguirono oltre la morte di San Carlo Borromeo.

Il soffitto

Il soffitto a cassettoni è stato realizzato nel 1868: è in legno proveniente dalle foreste dell’abbazia fiorentina di Vallombrosa, ogni campata è suddivisa da grandi cornici dorate in sei lacunari dipinti con sfondo blu e ogni incrocio è decorato da una borchia circondata da corone e palme, simboli del martirio.

Ciclo di affreschi della navata centrale  

Il ciclo fu realizzato per volontà del cardinale Alessandro de’ Medici tra il 1594 e il 1596 e rappresenta storie della passione. Il ciclo è un esempio di pittura controriformista, ha il fine di ricondurre i fedeli ai valori iniziali della fede. Procedendo in senso antiorario nella prima campata del Cosci (1550-1631) Gesù prega nell’orto dei Getsemani; dello stesso autore i riquadri a monocromo con le storie dell’Antico Testamento riferite a Giuseppe ebreo. Ai lati dell’affresco, su alti basamenti, sono raffigurati due angeli che portano in mano rami d’ulivo. Nella seconda campata, di Paris Nogari (1536-1601), Gesù nell’orto dei Getsemani mentre viene arrestato e Pietro che taglia l’orecchio ad un servitore; gli angeli presenti nelle campate portano i simboli o gli strumenti che caratterizzano l’evento rappresentato, in questo caso le funi che simboleggiano la cattura. Nella terza campata, di Girolamo Massei (1540-1614/19) Gesù condotto davanti a Caifa per essere processato; gli angeli, su alti basamenti su cui è raffigurato lo stemma dei Medici,  hanno in mano dei libri a simboleggiare la legge. Nella quarta campata, di Agostino Ciampelli (1565-1630), a destra Gesù condotto davanti a Pilato e gli angeli con lo scettro del comando, a sinistra la flagellazione con gli angeli con corda e flagello. A ritroso, ritornando verso il Presbiterio, nella terza campata, attribuito a Baldassarre Croce (1558-1628) è raffigurata l’incoronazione di spine; gli angeli con gli strumenti per la tortura. Nella seconda campata, sempre di Ciampelli “L’Ecce Homo”; gli angeli recano in mano la corona di spine e il bacile. Nella prima campata, ancora di Balducci,  a completare la narrazione della Passione l’incontro di Gesù con la Veronica durante la salita al Calvario; gli angeli mostrano il volto di Gesù impresso sulla Sindone e l’iscrizione impressa sulla croce. I pilastri e i muri di controfacciata, opera del Balducci, vedono rappresentati i dodici Apostoli sormontati da puttini che portano delle tavolette con incisi i versi del “Credo”. Il ciclo di affreschi si completa con le figure di Pietro con le chiavi e Paolo con la spada, affrescati sui pilastri del Presbiterio ad opera di Antonio Bicchierai (1688-1766). Più in alto rispetto agli affreschi, rivolti verso la facciata, si trovano due poggioli costituiti da due balconcini con raffinate balauste in ottone e armadi reliquiari che costituiscono ciò che rimane dell’intervento di San Carlo Borromeo sul presbiterio eseguito nella seconda metà del XVI secolo. L’intento di mettere in posizione predominante e facilmente individuabili da lontano le reliquie, determinò la distruzione di una parte del prezioso mosaico.

Sotto i due poggioli a sinistra è collocata la lapide del cardinale titolare Ludovico Pico della Mirandola a lui dedicata dal cardinale Quirini, sul pilastro destro la lapide dello stesso angelo Maria Quirini.

Sulla parete di controfacciata l’Annunciazione: l’angelo e la Vergine sono separate dalla grande porta.

La scena è ambientata in un porticato visto in prospettiva, elemento che permette di ridare idealmente unitarietà all’evento  rappresentato. L’autore dell’opera è Stefano Pieri e rientra nel ciclo pittorico voluto da Alessandro de’ Medici.

Nel registro superiore  due riquadri, con dipinti monocromi di Giovanni Balducci, rappresentano episodi della vita di Mosè.

La porta a bussola lignea è inquadrata da una finta architettura di portale marmoreo eseguita ad affresco da Stefano Pieri: due figure allegoriche rappresentano la fede e la giustizia, sul timpano lo stemma di Clemente VIII Aldobrandini (1592-1605).

Tomba di Giovanni Carbone

In prossimità della parete di controfacciata, in terra, la tomba a bassorilievo in cui è sepolto Giovanni Carbone morto, come riporta l’epigrafe, a Roma il 24 settembre 1388.

Il defunto indossa l’armatura, le mani incrociate sul petto, il capo su un cuscino su quattro pennacchi e con i piedi schiaccia due cagnolini secondo un’iconografia medievale di ambiente napoletano.

Navata laterale sinistra

Nella pare di fondo una piccola architettura inquadra una teca con una statua di santa Prassede e , sul fondo, una lastra di marmo nero: la leggenda narra che su questa lastra dormisse la Santa e che servì come chiusura della sua sepoltura.

L’edicola marmorea del XVIII sec è costituita da due coppie di colonnine con capitelli che sorreggono con delle mensole la parte superiore dell’edicola e il timpano arcuato. Ai lati due figure ad affresco rappresentano i genitori di Santa Prassede: Pudente e Sabina.

Prima Cappella dedicata a Santa Prassede.

Fatta costruire nel 1721  dall’abate Davanzati fu restaurata da Carlo Capogrossi nel 1735 e da allora è detta cappella di San Pietro per la pala d’altare d’ignoto pittore settecentesco che raffigura la visita di san Pietro nella casa di Pudente alla presenza delle figlie.

I due quadri laterali sono opera di Giuseppe Severoni: a destra Santa Emerenziana a sinistra san Giovanni battista.

Seconda Cappella dedicata a  San Carlo Borromeo

Anch’essa voluta dall’Abate Benigno Davanzati fu costruita nel 1735.

L’impianto settecentesco è coperto da una cupola a spicchi su cui si apre una lanterna.

Agli angoli, in piccole nicchie, quattro angeli in gesso, raffigurano le Virtù Cardinali.

La pala d’altare di Stefano Parrocel detto il Romano (1696-1776), rappresenta il cardinale Borromeo che ringrazia il Signore per la fine della peste a Milano.

Terza Cappella cappella Olgiati

Opera realizzata da Martino Longhi il Vecchio tra il 1583 ed il 1586, commissionata dagli Olgiati, importanti banchieri comaschi che, in quell’epoca, ebbero vari incarichi presso la Camera Apostolica. All’interno si trovano tre monumenti funebri di membri della famiglia. La volta è completamente affrescata ad opera del Cavalier d’Arpino (1587), che ha realizzato un ciclo pittorico ricco di personaggi; sono rappresentati Ezechiele, Geremia, Michea, Mosè, san Gregorio Magno, san Girolamo, sant’Agostino, sant’Ambrogio fra angeli e sibille, al centro l’Ascensione di Gesù fra gli apostoli e la Vergine.

La pala dell’altare è di Federico Zuccari e raffigura l’Incontro di Gesù con la Veronica. Ai lati dell’altare, del Cavalier d’Arpino, due dipinti con i santi Andrea e Bernardo di Chiaravalle. Alle pareti, altre due tele raffiguranti la Risurrezione di Cristo e l’Assunzione di Maria al cielo.

Cappella di san Giovanni Gualberto

modificata nella prima metà del XIX secolo e dedicata al fondatore dei Vallombrosani, è stata completamente rifatta nel 1933, con pitture e mosaici di Giulio Bargellini.

Sacrestia

Dalla navata di sinistra si accede alla sacrestia della basilica, edificata da Carlo Borromeo dopo il 1564, dove sono conservate diverse tele:

La pala di Agostino Ciampelli è sopra l’altare ed è del 1594. Rappresenta “San Giovanni Gualberto nella chiesa di San Miniato al Monte a Firenze che chiede il perdono a Cristo per l’assassino del fratello”.

La “Deposizione” di Giovanni de Vecchi o Giovanni del Borgo della seconda metà del XVI secolo.

La “Flagellazione di Cristo” di autore ignoto del XVI secolo.

“San Giovanni Gualberto sotto il faggio di Vallombrosa” di Guglielmo Cortese o anche chiamato il Borgognone XVII secolo .

“San Torello da Poppi” di Antonio Raffaele Calliano del 1810 circa.

 

Natalia

Team Churching

Condivi e aiutaci a crescere

About Author

client-photo-1
admin

Comments

Lascia un commento