Santa Cecilia in Trastevere

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Aperta tutti i giorni ore 10.00-13.00 / 16.00-19.00
Feriali: ore 7.15  Festivi: ore 10.00 Durante la celebrazione della Santa Messa non è possibile visitare la chiesa
 Affreschi medievali di Pietro Cavallini tutti i giorni feriali ore 10.00-12.30 al costo di 2,50€  Visita cripta, scavi Tutti i giorni ore 10.00-13.00 / 16.00-19.00 al costo di 2,50€

Parliamo di lei

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Fig.1 Interno – navata centrale

Stiamo per conoscere un’altra storia, raccontata dalle mura di una delle più importanti chiese di Roma: Santa Cecilia in Trastevere, in Piazza Santa Cecilia, alle periferie di Trastevere e a un passo dall’antico Porto di Ripa Grande. Prima di entrare nel meraviglioso cortile d’ingresso, vi parliamo un po’ di lei, la famosa “Santa della musica”, la stessa da cui prendono il nome molti dei Conservatori italiani, fra cui proprio quello romano.

La Passio racconta che nel raggiungere il suo sposo Valeriano all’altare per sposarlo: “Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: «fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar»” la cui traduzione è: “Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: «Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa»”; per questo motivo le venne dato il ruolo di Santa protettrice dei musicisti e Patrona della musica.

Martirizzata giovanissima,

rea di aver tentato di convertire al cristianesimo il marito Valeriano e il fratello Tiburzio, Santa Cecilia subì un martirio molto lungo. Sopravvisse infatti a tre giorni di supplizio, nel 230 d.C., nel “calidari” della sua stessa abitazione, la sala dei vapori caldi degli ambienti termali. Tentarono infatti di asfissiarla con i fumi e i vapori, ma un angelo accorse in suo aiuto con vapori freschi. La condannarono in seconda istanza alla decapitazione, su ordine di Marco Aurelio, ma non fu comunque immediata la sua morte neanche in questo caso: la spada si abbatté su di lei per ben tre volte, numero di colpi d’ascia oltre la quale la legge non consentiva al boia di continuare. Rimase dunque in vita, nonostante i colpi inferti, e finché non spirò compì numerosi miracoli. Fu poi seppellita nelle catacombe di San Callisto sulla via Appia e la casa dove abitava fu trasformata in una chiesa.

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Fig. 2  Santa Cecilia – Stefano Maderno (1599)

Il corpo non fu ritrovato prima del 820, nelle catacombe di San Callisto, miracolosamente intatto e avvolto in una veste ricamata d’oro. Nell’821 papa Pasquale I fece trasportare il corpo della Santa nella chiesa di Santa Cecilia dove rimase fino alla riesumazione del 1599 da parte del cardinale Paolo Emilio Sfondrati. Il corpo di Santa Cecilia fu ritrovato ancora una volta in perfetto stato in una cassa di cipresso contenuta all’interno di un sepolcro di marmo. Dagli scritti viene ricordata “con la veste di seta intarsiata con fili d’oro, scalza, con un velo rivolto intorno alli capelli, giacendo con la faccia rivolta in terra, con li segni del sangue e di tre ferite sul collo”, esattamente come la riportò in scultura Stefano Maderno. Ma di questo parleremo più avanti…

Ora passiamo a descrivere la chiesa e la sua storia.

Si tratta di un titulus, abitazione romana del I – II sec. d.C., successivamente donate dai proprietari al Vaticano al fine di adibire i loro ambienti a domus ecclesiale, chiesa domestica, un tipo di chiesa fondata nei quartieri residenziali di Roma, volta a soddisfare le esigenze pastorali della comunità in rapida crescita dopo il riconoscimento ufficiale del cristianesimo. Queste chiese di nuova fondazione spiccano nel paesaggio urbano rispetto alle altre, portando avanti la cristianizzazione della città secondo un progetto ben meditato, come dimostrano le fondazioni papali. Furono chiamate chiese titolari in quanto designano una ripartizione amministrativa ecclesiastica che equiparava quest’ultima a una parrocchia di adesso. Nei nomi spesso si rintracciano quelli dei fondatori o dei proprietari originari degli edifici e dei terreni dove erano sorti.

In un’iscrizione frammentaria riusata nel pavimento della chiesa databile tra il 379 e il 464, troviamo la prima citazione della chiesa paleocristiana. Gli atti del sinodo del 499 riportano un Titulus Caeciliae come pure un titulus Sanctae Caeciliae. Il mutamento del nome in santa fondatrice avviene quindi nel V secolo.

Sotto il livello della chiesa attuale, il cui nucleo è di età paleocristiana, sono stati trovati i resti di un edificio di età imperiale comprendente sia abitazioni che botteghe, risalente al II secolo e di terme private di età tardoantica, oggi visitabili. Secondo la leggenda, qui si trova il calidarium dove è stata martirizzata Santa Cecilia.

Il monumentale prospetto barocco, a ridosso della Piazza, opera di Ferdinando Fuga – grande architetto del Settecento – è stato voluto dai cardinali Troiano Acquaviva e Giacomo Doria. È costituito da quattro colonne sormontate da un timpano spezzato con lo stemma di Acquaviva, i due leoni rampanti. Questo portale apre al meraviglioso cortile al cui centro spicca una fontana dalla vasca quadrata con un’anfora in pietra di epoca paleocristiana. Si tratta di un antico cantharus, cioè un vaso per le abluzioni rituali, da cui ha origine l’acquasantiera. Ai lati troviamo i due monasteri – convento di suore francescane a destra e convento di suore benedettine a sinistra, rispettivamente dedicati a Santa Cecilia e Sant’Agata – uniti dalla facciata della chiesa, anche questa opera del Fuga. È una facciata semplice, con un portico a quattro colonne in granito rosa e marmo africano a capitelli ionici e sormontate da un architrave decorato con un mosaico del XII secolo. Alla destra della facciata, il bellissimo campanile romanico del 1113 composto di cinque ordini, leggermente pendente.

Nel IX secolo, papa Pasquale I sostituì alla basilica paleocristiana, che aveva probabilmente l’abside rivolta ad ovest, un nuovo edificio il cui mosaico absidale è rimasto sostanzialmente intatto, nonostante i ritocchi dell’epoca barocca. Raffigura il Cristo benedicente con al lato sinistro l’apostolo Paolo, Santa Cecilia e il papa Pasquale I, riconoscibile dal nimbo quadrato attribuito a chi veniva ritratto quando ancora in vita, e, sul lato destro, San Pietro, San Valeriano e Sant’Agata. Una fascia musiva con l’agnello simboleggiante Cristo, accompagnato dagli agnelli simboli degli apostoli, delimita il mosaico absidale, unita all’iscrizione in versi che commemora la fondazione della chiesa, in caratteri dorati su fondo azzurro.

Fig. 3 Ciborio - Arnolfo di Cambio (1293)
Fig. 3  Ciborio –                     Arnolfo di Cambio (1293)

Il bel ciborio dall’architettura moderatamente gotica di Arnolfo di Cambio del 1293 ne sostituì probabilmente uno analogo collocato sopra l’altare della chiesa paleocristiana.

La controfacciata è decorata da un affresco di Pietro Cavallini del 1289-1293 raffigurante il Giudizio Universale con la Madonna e Giovanni Battista tra gli apostoli, con angeli intenti a suonare le trombe del giudizio mentre i salvati vengono separati dai dannati. Interviene anche lungo le navate, ma rimane ben poco delle sue scene dell’Antico e Nuovo Testamento. Le figure da lui rappresentate sono piene di dignità “antica” e avvolte in pesanti mantelli, davvero molto suggestive.

La struttura originaria della chiesa era a tre navate, con catino absidale decorato a mosaico come viene descritto nelle righe precedenti, e una piccola cripta sotterranea in corrispondenza dell’altare maggiore.

Tornando all’altare vediamo una statua magnifica: si tratta del corpo di Santa Cecilia rappresentato da Stefano Maderno nel 1599 così come fu ritrovato nel momento in cui il cardinale Sfondrati ne ordinò la riesumazione. Tipica posa dei corpi martirizzati, il volto è velato e girato all’indietro con mani e piedi legati. Sul collo si notano i segni dei tentativi di decapitazione inferti al piccolo corpo della giovane martire. Inoltre, le dita erano poste come a indicare la SS. Trinità.

Nel corso del tempo e a causa dei numerosi rifacimenti, la chiesa fu divisa in tre navate, perdendo l’originario aspetto basilicale paleocristiano. Le colonne dell’antica basilica sono infatti state incorporate prendendo la forma di pilastri. In particolare, tra il XVII e il XVIII secolo la basilica subì significative modifiche strutturali: l’abside rimase sostanzialmente inalterata, ma il presbiterio venne rialzato, il pavimento cosmatesco – tipico pavimento paleocristiano che prese il nome dai suoi creatori, la famiglia dei Cosmati, marmorari conosciuti per la loro tecnica ad incastro di tarsie marmoree riusate da antichi scavi romani, con disegni geometrici astratti – sostituito con l’attuale, le capriate lignee – il soffitto a reticolato composto da travi – sostituite da un controsoffitto sempre in legno.

Nella volta troviamo un’opera bellissima di Sebastiano Conca, l’Apoteosi di Santa Cecilia. Il Conca fu uno degli artisti di maggior spicco del 1700 romano, periodo poco riconosciuto da un punto di vista artistico, ma molto florido soprattutto per il forte ritorno ai canoni classici, spinti dall’Accademia di Arcadia.

Nel vestibolo, a sinistra dell’ingresso, troviamo un’opera di Mino da Fiesole, un importante scultore italiano famoso per il suo ciborio in Santa Maria in Trastevere, e una di Paolo Romano, il cui San Paolo apre Ponte Sant’Angelo davanti al Castello. All’interno della cappella è presente una Crocifissione con Maria e San Giovanni e una Madonna in trono con il Bambino e Santi entrambi del XV secolo.

Il corridoio è stato affrescato da Paul Brill, dal Pomarancio – nei post di Facebook abbiamo già avuto modo di sapere che sono ben tre i Pomarancio. In questo caso si tratta di Niccolò Circignani – e Lotti, di cui è il San Sebastiano. Sempre su questo lato è presente la cappella della Luce, nei cui sotterranei troviamo il calidario dove fu martirizzata la Santa. Sull’altare della cappella troviamo la pala con la Decapitazione di Santa Cecilia del grande Guido Reni..

A destra della navata si apre la Cappella Ponziani, la famiglia di Santa Francesca Romana. Nella volta si vede un affresco con Dio Padre tra gli Evangelisti della scuola del Pinturicchio – lo stesso che decora la cappella di Santa Maria in Aracoeli. Alle pareti: San Giorgio e il drago, Santa Caterina d’Alessandria, San Sebastiano e San Girolamo di Antonio da Viterbo.

La cappella delle reliquie invece è stata disegnata dal Vanvitelli, il grande architetto della Reggia di Caserta. Al termine della navata ci imbattiamo in un’opera che rappresenta Pasquale II che ritrova il corpo di Santa Cecilia.

Questa è una delle chiese sicuramente più significative di Roma. Spesso le presenze più nascoste e timide sono affascinanti e ricche, a volte anche più delle esuberanti. Lasciatevi condurre da lei e dalla sua storia!

Alla prossima ChurchingExperience!

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