Una chiesa tra le mura: San Tommaso ai Cenci

Una chiesa fra le mura

Tutti i giorni 10.00-12.00
Giovedì 17.00-19.00 domenica chiuso. Aperta negli orari indicati, solo tramite prenotazione telefonica al seguente numero: 06 68300055

Una chiesa fra le mura

SAN TOMMASO AI CENCI

Un prezioso scrigno la cui magia si riesce a toccare con mano

di Elisa Carta

Una chiesa fra le mura
Fig.1 – Interno San Tommaso ai Cenci – Altare

Camminiamo lentamente spostando lo sguardo da una parte all’altra della piazza delle Cinque Scole, fulcro dell’antico ghetto romano in cui aveva sede l’omonimo edificio nel quale erano riuniti i cinque templi appartenenti ad altrettanti riti ebraici. Là dove questo grande edificio aveva il suo posto, oggi si trova una bellissima fontana del XVI secolo portatrice di tante curiosità, ma questa è un’altra storia…

Ci avviciniamo sempre più verso la parte opposta della piazza, quel lato che confina con il Lungotevere dei Cenci, ed eccola lì, nascosta dietro un muro ricoperto da intonaco rosa. Irriconoscibile se non grazie alla presenza di un discreto crocifisso sopra il portone laterale.

Proprio qualche giorno prima ci domandavamo: “ma al povero S. Tommaso nessuno ha mai dedicato una chiesa?” e lei è apparsa così, un po’ per caso e un po’ per fortuna mentre percorrevamo la salita di via del Monte dei Cenci.

Arriviamo finalmente davanti al portone verde, l’attesa di quello che stiamo per vedere ci fa sorridere gli occhi, e anche il cuore. Che bello il rumore della chiave che entra nella serratura…

TRONC TRONC TRONC

Uno, due, tre giri di chiave e la porta si apre solo per noi. Saliamo quei pochi gradini che ci separano da una piccola, incantevole meraviglia nel cuore di Roma.

Questa piccola chiesa ha origini molto antiche come ci ricorda una lapide ritrovata durante alcuni restauri di fine ‘800 e datata 1114, nella quale si ricorda l’inaugurazione dell’altare maggiore sotto il pontificato di Pasquale II e la deposizione delle reliquie di S. Tommaso da parte di Pietro Presbitero e di Cencio Vescovo della Sabina.

Da sempre la chiesa fu intitolata a S. Tommaso e il suo nome originale risulta esser stato Sanctus Thomas in Capite Molarum per la vicinanza ai mulini che si trovavano lungo il corso del Tevere, mentre la denominazione odierna risale alla riedificazione dell’edificio per volontà di Cristoforo Cenci nel XVI secolo.

Questa importante famiglia romana il cui nome riecheggia in tutto il quartiere, ebbe in concessione il patronato dell’intera chiesa nel 1554 con l’obbligo di curarne la conservazione e il restauro, iniziato nel 1559 da Cristoforo Cenci, tesoriere generale della Camera Apostolica, ma terminato solo nel 1575 da suo figlio Francesco Cenci, al quale dobbiamo l’aspetto attuale del piccolo edificio religioso.

Entrando…

Salito l’ultimo gradino dell’ingresso laterale ciò che si apre davanti ai nostri occhi è un’unica piccola navata con cappelle sui lati lunghi e un ricco altare maggiore sul quale svetta una magnifica tela raffigurante il santo titolare.

Ogni dettaglio attira la nostra attenzione, è incredibile quanta meraviglia si nasconda dietro ad un semplice muro intonacato: l’interno è impostato su pilastri decorati con paraste doriche in finto marmo tra cui si aprono archi a tutto sesto con ornamenti in stucco. Tutto intorno corre una cornice aggettante sormontata da una volta a crociera a doppia campata al cui centro spicca lo stemma della famiglia Cenci in oro.

Grandi artisti di tutti i tempi lavorarono alla creazione e alla decorazione di questo tesoro nascosto e così è facile scoprire le tracce delle origini medievali, del rifacimento di fine Cinquecento e degli interventi settecenteschi e ottocenteschi, epoche che dialogano tra loro, s’intrecciano, si sovrappongono, donando all’insieme un’inaspettata unitarietà.

Il pavimento sotto ai nostri piedi risale ai lavori di fine Ottocento, ma ci riserva sorprese come la decorazione geometrica in marmi policromi di stile cosmatesco, splendido ricordo della prima costruzione della chiesa in epoca medioevale poiché opera della famosa famiglia dei Cosmati, marmorari romani attiva nella città papale tra l’XII e il XIII secolo. Osservando sempre attentamente il pavimento si notano, leggermente nascoste tra i banchi, tre lapidi che ricordano la destinazione del luogo a sepolture comuni, ognuna riporta un’iscrizione ed era destinata a una particolare fascia di popolazione: PRO SACERDOTIBUS, PRO VIRIS, PRO FOEMINIS.

È arrivato il momento però di alzare lo sguardo verso l’altare maggiore dove è collocata la tela con protagonista il santo titolare di questa piccola chiesa. Vi è rappresentata la scena dell’Incredulità di S. Tommaso, opera firmata e datata 1612 da Giuseppe Vermiglio. Artista di cui purtroppo si ha una conoscenza frammentaria ma che fu evidentemente influenzato dalla pittura di Caravaggio e l’opera qui presente ne è un esempio molto importante: vivo è il ricordo del medesimo soggetto realizzato dal Merisi sia nella disposizione dei personaggi che nella resa luministica e coloristica in cui i chiaro-scuri conducono lo sguardo del fedele direttamente verso il nucleo della storia: la mano del santo che si avvicina alla ferita nel costato di Gesù per accertarsi della sua presenza, per riuscire a credere definitivamente alla sua Resurrezione.

Sotto il quadro del Vermiglio si nascondono tesori antichi: l’altare è sorretto da due gambe marmoree con forma di animali mitologici probabilmente provenienti dagli antichi edifici romani che si trovavano in questa zona, mentre il fonte battesimale marmoreo qui posto è quello in cui il 22 Dicembre 1577 fu battezzata Beatrice Cenci, l’esponente più conosciuta di questa ricca famiglia. Una leggenda è infatti legata al suo nome: si racconta che il suo fantasma vaghi ancora la notte dell’11 settembre, data della sua morte, sugli spalti di Castel S. Angelo, dove fu imprigionata, volgendo la sua testa verso il Vaticano, testa che però tiene in mano poiché morì decapitata per volere di papa Clemente VIII in seguito all’accusa di parricidio. Una tragica storia quella della famiglia Cenci nella quale si raccontano violenze, abusi, sospetti e infine morte, che però ha contribuito a formare quell’anima romana fatta di leggende, quell’alone di mistero che colora la storia di questa grande città. Una ricca famiglia che soprattutto ci ha regalato le ricchezze artistiche conservate qui in S. Tommaso ai Cenci.

Tornando ad osservare tutta la chiesa nel suo insieme la nostra attenzione viene catturata dalle tre piccole cappelle che si aprono sui lati della navata principale e che sono il frutto degli interventi di tre secoli differenti: Cinquecento, Seicento e Settecento. Una piccola macchina del tempo che ci mostra come la cura di questa parrocchia non si esaurì insieme alla famiglia che le ha donato il nome e che ci permette, inoltre, di comprendere l’evoluzione dell’arte: un microcosmo, specchio del macrocosmo che è Roma.

La cappella della Vergine

Una chiesa fra le mura
Fig.2 – Sermoneta, Annunciazione

La prima cappella a sinistra dell’entrata principale è dedicata a Maria ma è conosciuta anche come Cappella del Sermoneta in riferimento all’artista che realizzò gli affreschi nel 1565.

Girolamo Siciolante, chiamato “Sermoneta” poiché originario della piccola città in provincia di Latina, fu artista e decoratore molto rinomato a Roma soprattutto grazie al suo lavoro svolto con Perin del Vaga nella loggia di Paolo III in Castel Sant’Angelo. Le sue opere sono il frutto di una continua ricerca di volumetria e solidità nelle figure, unitamente alla semplificazione dell’impianto compositivo e nelle storie della Vergine dipinte sulle pareti della cappella, questi tratti caratteristici riescono a emergere.

Sulla volta, entro stucchi dorati, riconosciamo i momenti antecedenti la nascita di Maria i cui protagonisti sono i suoi genitori Anna e Gioacchino. La lettura si svolge da destra verso sinistra: la prima scena rappresenta S. Gioacchino cacciato dal tempio perché senza prole, al centro la seconda scena con L’apparizione dell’angelo a S. Gioacchino e sulla sinistra l’ultima scena con L’incontro di S. Gioacchino e S.Anna.

Abbassando lo sguardo sulle pareti più in basso si trovano le scene in cui la vera protagonista è proprio la Vergine. Partendo da sinistra si riconosce un’iconografia poco diffusa ma estremamente dolce, nella quale è posta in evidenza la naturalezza e l’intimità dell’evento: la Natività di Maria. Dal lato opposto, sulla parete destra è stata realizzata una splendida Annunciazione, opera molto importante poiché qui leggiamo: HIER DE SERMONETA FACIEBAT A.D. MDLXV, l’artista ha voluto inserire firma e data per affermare la paternità dell’intera cappella. Al centro, nella posizione più importante proprio sopra l’altare è la scena con l’Adorazione dei pastori, appropriato riferimento eucaristico. Ai due lati di quest’ultima e nei pilastri d’ingresso alla cappella il Sermoneta ha inserito le figure di quattro profeti: Ezechiele, Davide, Isaia e Daniele.

Negli spazi che fungono da sfondo ai sei affreschi troviamo un tripudio di decorazioni e dettagli incantevoli tra cui puttini, grottesche, teste di mostri e lune crescenti, simboli araldici della famiglia Cenci.

Il Sermoneta si ispira all’iconografia tradizionale realizzando però una decorazione moderna in cui lo spazio e il colore sono protagonisti. Da una parte gli ambienti architettonici studiati con attenzione e prospetticamente ben articolati, dall’altra un’armonia complessa di colori nella quale l’azzurro chiaro, il verde oliva, il rosso, l’arancio, il violetto e il grigio si fondono insieme in un unico e ricco colore autunnale. Eppure, nonostante la firma sulle pareti, la cappella risulta stilisticamente non unitaria probabilmente a causa di un lavoro eseguito meccanicamente dalla sua bottega: alcuni studiosi ritengono infatti che le idee e i disegni preparatori siano stati effettivamente realizzati dal maestro ma che poi l’esecuzione vera e propria sia stata eseguita dai suoi allievi con l’eccezione di alcune piccole parti. Per rendersi conto di questo basta prestare attenzione alle figure dei quattro profeti all’interno della cappella, i loro dettagli anatomici e la tipologia dei volti mancano di quella leggerezza tipica di Girolamo Siciolante.

Questa cappella, sovrastata dalla meravigliosa decorazione, nasconde in realtà altri preziosi dettagli sui quali la nostra attenzione si posa, come ad esempio il pavimento nel quale si trova una lastra tombale del 1661 che ci ricorda che qui furono sepolti alcuni esponenti della famiglia Cenci, tra cui spicca il nome di Girolamo Cenci, fratello maggiore di Beatrice e come lei condannato a morte con l’accusa di parricidio.

Per notare un secondo dettaglio degno della nostra attenzione bisogna sollevare di poco lo sguardo e posarlo sull’altare in fondo alla cappella, qui è posto un reliquiario al cui interno è conservata una reliquia di papa Giovanni Paolo II, pontefice che fu da sempre molto devoto alla figura della Vergine.

Cappella di S. Francesco

Una chiesa fra le mura
Fig. 3 – Cappella di San Francesco, Stigmatizzazione di San Francesco

Lasciando la splendida cappella del Sermoneta e avvicinandosi all’altare maggiore della chiesa, ci accorgiamo che alla nostra sinistra si apre una seconda cappella, forse leggermente più buia della precedente eppure anch’essa ricca di tesori.

L’intera decorazione è datata 1612, come indicato sulla volta a botte, ed è dedicata alla figura di S. Francesco anche se sotto il lunettone si trova un piccolo dipinto ovale ottocentesco con S. Antonio e il Bambino. Sul piccolo altare è posto un S. Francesco davanti al Crocifisso, quadro appartenuto a Girolamo Cenci il quale lo donò alla chiesa tramite il suo testamento, redatto il giorno prima dell’esecuzione.

Osservandosi intorno è possibile riconoscere alcune delle scene più importanti della vita del santo umbro, sulla parete di destra è rappresentato S. Francesco che invoca la Madonna e il Cristo per l’indulgenza della Porziuncola, su quella di sinistra vi è S. Francesco che vince le tentazioni, sulla volta a destra è rappresentato Il Natale di Greccio, a sinistra S. Francesco che riceve le stimmate e infine al centro S. Francesco trasportato dagli angeli.

Come nella cappella del Sermoneta, anche qui si trovano figure dipinte sulle lesene d’ingresso: in questo caso riconosciamo S. Carlo Borromeo e S. Ludovico da Tolosa nella lesena di destra e S. Cristoforo e S. Felice papa in quella di sinistra, accanto alla pala d’altare sono invece raffigurati S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista.

Questa cappellina, come il resto della chiesa, è strettamente legata alla famiglia Cenci e agli avvenimenti che la riguardarono, sintomo di questo legame è uno scudo lunato con al centro una colomba recante un ramo d’ulivo nel becco, simbolo di innocenza, purezza e pace, probabilmente qui inserito non a caso per ricordare i giovani Cenci che si erano proclamarono sempre innocenti, non colpevoli di aver ucciso loro padre, Francesco Cenci: un’ulteriore negazione della colpa in una decorazione eseguita tredici anni dopo la loro morte. È qui inserito un secondo dettaglio che ricorda questi tragici avvenimenti: vicino all’altare una lapide marmorea invita i fedeli a celebrare messa in ricordo di Bernardo Cenci, il fratello più piccolo di Beatrice e Girolamo.

La parete destra della navata…

Su questa parte dell’edificio troviamo un’unica cappella, più che altro una nicchia che conserva al suo interno un bellissimo crocifisso ligneo realizzato nel Settecento e inserito in una splendida inquadratura di gusto teatrale, in linea con le scelte artistiche di quel secolo, in cui ogni singola parte concorre alla realizzazione finale dell’insieme. Intorno alla croce sono state realizzate in marmo verde due finte tende che due piccoli angioletti aprono proprio in quel momento tenendole strette in una mano, mentre con l’altra mostrano al fedele il martello e i chiodi con i quali Gesù è stato crocifisso, a ricordare che il suo martirio è stato voluto per salvare gli uomini dal peccato.

Poco più avanti si trova una bellissima tela dipinta, sembra appena poggiata al muro, senza cornice e senza protezioni, ma facciamo una scoperta che ci permette di capirne facilmente il perché: non è un semplice dipinto bensì uno stendardo da processione dipinto su entrambe le facce: da un lato vi è la Vergine in trono, riproduzione della più piccola tela posta sopra l’altare maggiore, dall’altro lato è invece raffigurata una Vergine con Bambino di estrema dolcezza per rimarcare il profondo sentimento della tenerezza familiare che pervade l’intera chiesa, affidata proprio all’Associazione Famiglia Piccola Chiesa e Movimento dell’amore familiare.

Uscendo…

Il momento dell’uscita dalla chiesa ha sempre rivestito grande importanza nella storia della decorazione ecclesiastica tanto che le controfacciate delle chiese furono da sempre decorate con soggetti adatti a trasmettere un chiaro messaggio al fedele che lasciava l’edificio sacro per tornare nel mondo dei peccati, questa parte della chiesa era riservata, non a caso, per lo più alla rappresentazione del Giudizio Universale, come testimonianza del destino che attendeva i peccatori.

San Tommaso ai Cenci fa eccezione, qui non si è deciso di rappresentare un Giudizio Universale ma la lunetta della controfacciata ha al suo interno la scena della Samaritana al pozzo un episodio del Vangelo di Giovanni che riveste grande importanza in quanto la donna fu la prima a venire a conoscenza della missione di Gesù direttamente dalle sue parole e ciò la renderà l’evangelizzatrice dell’intera regione della Samarìa. Un significato profondamente diverso da quello del Giudizio Universale: attraverso questa immagine si sceglie quindi non di “avvisare” il fedele ma di raccomandarlo affiché porti la parola della Chiesa all’esterno di quelle mura, diffondendo il messaggio della Parola ascoltata durante la messa.

Accanto alla lunetta sono poi raffigurati due evangelisti: S. Marco e S. Luca, mentre in basso si trovano i busti dorati di S. Francesco di Paola a sinistra, e di S. Francesco d’Assisi a destra, santi che portano entrambi il nome del committente originario dei lavori di riedificazione del XVI secolo: Francesco Cenci.

Ci lasciamo questo scrigno di tesori alle spalle. La porta, che si era aperta solo per noi, ora si chiude delicatamente e noi ci immergiamo nuovamente nel quartiere del ghetto, respiriamo l’odore dei dolci appena sfornati dal forno più antico della zona, siamo avvolte dal vociare divertito dei bambini e dei ragazzi che escono dalle scuole.

Ci incamminiamo tra quelle vie per tornare alla nostra quotidianità ma ci guardiamo serene, certe di aver appreso un segreto in più di questa nostra magica città.

 

Condivi e aiutaci a crescere

About Author

client-photo-1
Churching

Comments

Lascia un commento